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14/09/2022

Togni (Anev): “Ritardi e burocrazie frenano l’eolico. Basta proclami, serve cambio di passo”

(Simone Togni, presidente di Anev)

A colloquio col presidente dell’Associazione Nazionale Energia del Vento: “Scontiamo l’azione di blocco delle soprintendenze. Misure sugli extraprofitti penalizzano un settore che è soluzione e non causa del problema”

L’eolico e la sfida delle energie rinnovabili. L’Italia ha intrapreso questo percorso grazie alle missioni del Pnrr, in un contesi da sempre molto difficile, schiacciato dalla burocrazia e dalla politica dei ‘no’.

La crisi energetica contribuisce a rimettere in discussione le poche certezze acquisite. Ma a che punto è il Paese su questo fronte?

E riuscirà davvero a mettere in atto la svolta green? CUOREECONOMICO ne parla con Simone Togni, presidente di Anev, Associazione Nazionale Energia del vento.

Togni illustra la situazione sul fronte dei parchi eolici ed emerge ancora un gap rispetto al resto d’Europa: “In Italia la capacità eolica installata è pari a 11.035 MW.

Il nostro Paese si posiziona al sesto posto in Europa, pure avendo un potenziale importante - sottolinea - Altri Paesi come la Germania, la Spagna e il Regno Unito puntano alle rinnovabili in maniera più incisiva, introducendo quadri normativi certi”.

Il motivo del ritardo è quasi scontato quando si parla di Italia: “Le fonti rinnovabili e l’eolico in particolare risentono dell’azione delle Soprintendenze che puntualmente bloccano i progetti.

Superare questa impasse, dando la possibilità ai progetti di essere valutati senza pregiudizi, definendo regole e criteri trasparenti e velocizzando gli iter, porterebbe benefici al settore con conseguenti ricadute positive in termini economici, ambientali e occupazionali”, sottolinea Togni.

Carenza di politiche incisive per il settore

In una recente nota poi, Anev sottolinea come il piano della transizione ecologica rischi seriamente di essere messo in discussione a causa della carenza di politiche incisive.

Togni spiega: “Siamo in una fase molto delicata per l’aumento dei costi del gas e per i mutamenti climatici che mettono a rischio il nostro Pianeta e l’Italia.

Infatti il nostro è il secondo Paese europeo per danni collegati al cambiamento climatico e desertificazione.

Inoltre al 2030 i consumi di energia elettrica arriveranno a 360 TWh ed è necessario che quanto più possibile di tale quota sia coperta da fonti energetiche rinnovabili, svincolate dalle forniture di gas e carbone esteri onde evitare gli attuali livelli di prezzo insostenibili”.

La politica - aggiunge - deve intervenire subito, completando l’opera di semplificazione autorizzativa per i nuovi impianti e per il rinnovo degli stessi, definendo le “aree idonee” come tutte le aree che non abbiano vincoli incompatibili con l’eolico e target rinnovabili aggiornati e in linea con i nuovi obiettivi europei, programmando nuovi sistemi di supporto per le rinnovabili differenziate per tecnologie e che tengano conto dei costi di tali tecnologie così da garantire una significativa riduzione dei costi della bolletta elettrica del nostro Paese”.

No ai ripensamenti sul Pnrr

In questo quadro, assume ovviamente un ruolo chiave il Pnrr. Anev fa suo il recente monito del commissario Ue Gentiloni sulla necessità di andare avanti sulla strada tracciata da Draghi: “Il Pnrr - sottolinea il presidente di Anev - ha dato ulteriore impulso al fatto che la transizione ecologica è necessaria per il nostro Paese e per il Pianeta.

È necessario dunque correggere le storture burocratiche che possono frapporsi alla realizzazione dei piani e andare avanti”.

Price cap non è l’arma giusta per il gas

E lancia poi una proposta per l’attuale crisi energetica: “La vera arma contro l’aumento del prezzo del gas - sottolinea - e dell’energia sono le energie rinnovabili ed è su queste che dobbiamo puntare.

Inserire un tetto al prezzo del gas all’energia elettrica prodotta con il gas non è la strada giusta, evitare invece le speculazioni sì.

Servirebbe quindi un meccanismo che consentisse di remunerare ogni fonte per quello che è il costo effettivo, in questo modo si potranno scegliere le tecnologie più efficienti.

Va da sé che nel costo delle tecnologie dovremmo inserire anche i costi ambientali che oggi non ci sono”.

Rischio stop della transizione energetica

Il timore però anche per Anev, è che la necessità di dirottare denaro sull’emergenza economica, possa frenare o addirittura fermare del tutto il processo di riconversione economica: “E’ un rischio che corriamo - specifica il presidente Togni - Si pensi che il settore rinnovabili è stato sottoposto a provvedimenti punitivi con le misure sugli extraprofitti e del taglia-bollette, due provvedimenti entrambi molto penalizzanti per i produttori di energie rinnovabili, che non sono la causa della crisi ma una delle soluzioni.

Purtroppo oltre a questo il ritardo nella realizzazione di nuovi impianti è dato in larga parte da una incredibile miopia che molti politici hanno.

Infatti in nome di una supposta tutela del paesaggio - stigmatizza Togni - vengono bocciati i progetti dalle Soprintendenze. Invece proprio il paesaggio risentirà moltissimo dei mutamenti climatici, e mentre le energie rinnovabili hanno un impatto limitato nel tempo, 20 anni per l'eolico, la trasformazione dovuta alla desertificazione, agli impatti idrogeologici di eventi climatici estremi e all'innalzamento delle acque dura per cicli temporali assai più lunghi (per non parlare dell'inquinamento).

Quindi oltre al danno di non avere politiche efficienti di sviluppo delle nuove energie e di nuovi impianti rinnovabili superando l’opposizione cieca delle Soprintendenze, abbiamo pure subìto la beffa di aver avuto due provvedimenti fortemente punitivi per i produttori di energie rinnovabili, ovvero il cap introdotto per i soli impianti rinnovabili in borsa, che prenderanno un prezzo massimo di  58 euro e l’introduzione di un meccanismo di extraprofitti che non tiene neanche conto del fatto che il 2021 sia stato l’anno peggiore della storia per quanto riguarda i prezzi dell’energia elettrica”.

Fit for 55, non greenwashing

Nel mirino resta ancora l’obiettivo europeo Fit for 55 sulle emissioni pericolose. Ma Anev avvisa: “Serve un cambio di passo dei pubblici decisori, che dovranno prestare fede alle promesse fatte e non lasciare che siano solo proclami.

Sulla carta le premesse ci sono, ma poi nella pratica gli ostacoli sono troppi. Un iter che dovrebbe durare 18 mesi dura in Italia 5 anni almeno.

Si parla molto di “green washing” in questo periodo, cioè quel fenomeno secondo il quale le aziende danno un’immagine di sostenibilità che non coincide con la realtà dei fatti.

Questo è quando spesso fanno le Istituzioni nazionali e di certo non si raggiungeranno in questo modo gli obiettivi che volontariamente l’Italia ha scelto di voler raggiungere in Europa.

Certezza e rispetto delle regole è ciò che consentirà di raggiungere quanto deciso in sede europea”.

Di Emanuele Lombardini
(Riproduzione riservata)

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