Toigo (Uil Veneto): “Formazione, aggregazione e giovani per affrontare le nuove sfide”

(Roberto Toigo, segretario generale di Uil Veneto)
Il segretario generale di Uil Veneto a CUOREECONOMICO: “Per promuovere la transizione ecologica e digitale è necessario puntare su forme di aggregazione: le piccole e piccolissime aziende non hanno infatti più gli strumenti finanziari o di ricerca sufficienti per competere con la concorrenza straniera. Inoltre bisogna pensare già da ora a riprofessionalizzare i lavoratori in attività e formare i giovani che si immetteranno nel mercato del lavoro. Necessario fermare la desertificazione bancaria”
Transizione ecologica e digitale, Pnrr, occupazione e desertificazione bancaria. Di questi temi abbiamo parlato con Roberto Toigo, segretario generale di Uil Veneto, che ha spiegato a CUOREECONOMICO come le imprese debbano puntare su un modello incentrato sull’aggregazione e sulla formazione del personale per affrontare in modo efficace le sfide poste dalla sostenibilità e dall’innovazione tecnologica.
In tema di transizione energetica e digitale a che punto siamo sul territorio? In questo contesto qual è il ruolo della formazione?
“Il Pnrr spinge sulle transizioni, soprattutto ecologiche e digitali. Questo vuol dire che le nostre aziende dovranno riconvertirsi, per non soccombere. Mi chiedo se siamo pronti a ad affrontare queste sfide e a programmare una formazione che guardi ai prossimi 10-15 anni.
Facciamo l’esempio dell’automotive, un comparto che in Veneto riguarda circa 180 aziende, ovvero l’8 percento delle imprese a livello nazionale. Complessivamente il settore impiega circa 10.000 addetti e produce un fatturato di 2.914 milioni di euro.
Tutto il mondo dell’automobile, con lo stop ai motori termici, sta già cambiando. Dobbiamo però essere sicuri che gli imprenditori veneti abbiano voglia di investire e innovare. È possibile, infatti, che qualcuno non voglia cimentarsi in un cambiamento epocale, e che tra 10 anni decida di fare marcia indietro.
Dobbiamo inoltre pensare anche alle imprese che vivono questa transizione come una sfida e una opportunità da cogliere. Fondamentale è puntare a forme di aggregazione.
Le piccole e piccolissime aziende infatti non hanno più gli strumenti finanziari o di ricerca sufficienti per competere con la concorrenza straniera.
Inoltre bisogna soprattutto pensare già da ora a riprofessionalizzare i lavoratori in attività e formare i giovani che si immetteranno nel mercato del lavoro”.
Quale opportunità rappresenta il Pnrr per il nostro Paese?
“Siamo in una fase di veloce trasformazione: la pandemia, solo per fare un esempio, ha segnato un cambio di paradigma. Ci ha costretto a ripensare il nostro modello produttivo e la conciliazione tra vita privata e mondo del lavoro.
Per uscire da quella situazione, l’Europa è intervenuta con uno straordinario progetto di rilancio, che in Italia è contenuto nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il Pnrr. Il piano è un’opportunità.
Ricordiamo che siamo il Paese che ha ricevuto più fondi, e non perché siamo stati i più bravi e meritevoli, ma perché ne abbiamo avuto più bisogno. Siamo inoltre il Paese che ha chiesto più contributi in prestito: sono soldi che dovremo restituire.
Il Pnrr così come concepito inizialmente, rischiava di favorire la nascita di cattedrali nel deserto: strade che non sarebbero state percorse, scuole che non sarebbero state frequentate, ospedali in cui non ci sarebbero stati abbastanza medici per farli funzionare. Fortunatamente la rotta è stata un po’ raddrizzata. Non possiamo perdere l’occasione per ristrutturare, riqualificare e riammodernare il nostro Paese.
Alla pandemia si sono poi aggiunte la crisi energetica provocata dall’invasione russa dell’Ucraina e oggi dal nuovo conflitto in Medio Oriente tra Israele e Palestina. Questi eventi hanno spostato gli equilibri e cambiato le priorità.
Di grande importanza sono anche gli effetti del cambiamenti climatici, che tanti danni hanno provocato al nostro territorio e con i quali dovremo imparare a convivere.
Altro tema chiave, che va ad aggiungersi alle questioni che ho appena citato, è poi quello del calo demografico. Secondo l’Istat, la popolazione in Italia passerà da 59,2 milioni del 2021 a 57,9 milioni nel 2030 fino a 47,7 milioni nel 2070”.
In ambito occupazionale invece quali sono le sfide da affrontare?
“Dal punto di vista occupazionale, la grande lotta deve essere contro la precarietà. Uno sguardo al primo trimestre 2023 ci dice, in totale contraddizione con l’anno scorso, che i contratti a tempo determinato ritornano sopra gli indeterminati. Inoltre c’è una forte ripresa del lavoro in somministrazione.
È anche vero che non c’è più il mito del lavoro fisso. I giovani non hanno infatti paura di dimettersi e di cambiare lavoro, anzi lo fanno frequentemente.
Un atteggiamento che non dev’essere letto per forza in maniera negativa. È invece un cambiamento che va approfondito e studiato in maniera adeguata”.
Si parla molto di desertificazione bancaria. Qual è il quadro sul territorio regionale?
“La rarefazione degli sportelli bancari va di pari passo con la crescita dell’uso di tecnologie, che, tra l’altro, pongono anche problemi di sicurezza legati all’home banking e alla gestione della clientela. Il tema per noi è cruciale e lo abbiamo messo al centro di un’iniziativa volta a sensibilizzare istituzioni e opinione pubblica sul tema.
In Veneto sono stati chiusi 965 sportelli, pari al 30,7 percento, passando da 3.146 nel 2015 a 2.181 nel 2021. Si è registrata una contrazione anche del numero di comuni serviti da banche pari al 9,7, passando da 524 comuni a 473.
Nel 2021 su 563 comuni, novanta (16 percento) sono rimasti senza sportello e sono quasi 141.199 le persone senza banche nel proprio Comune. Inoltre a Venezia, dal 2015 al 2021, sono stati chiusi 152 sportelli, per un calo del 31,7 percento.
Il trend negativo si registra anche per il personale (-15,7 percento). Una regione con questo tessuto produttivo, ma anche con una popolazione che invecchia, ha bisogno invece di una diffusa rete bancaria.
È una tematica che non riguarda solo le lavoratrici e i lavoratori del settore, ma anche la vita dei territori, delle comunità e dei cittadini più fragili e deboli”.
Di Monica Giambersio
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