Ue e imprese, il costo del denaro tra rallentamenti della domanda e controllo dell’inflazione

Tra poco più di un mese ci sono le elezioni europee e anche se la politica monetaria non è una materia che riguarda direttamente il Parlamento le imprese auspicano un abbassamento del costo del denaro.
Ad oggi il tasso sui rifinanziamenti principali è del 4,50%, quello sui depositi al 4% e quello sui prestiti marginali al 4,75% ma, nonostante il blocco deciso dalla Banca centrale europea, tante imprese quotate in Borsa faticano a fare nuovi investimenti.
Secondo il rapporto Weil European Distress Index, le imprese più piccole sono state quelle che hanno risentito più sensibilmente degli aumenti e fra i settori più penalizzati c’è sicuramente il mercato immobiliare (ultimo in Europa) perché oltre alla crescita dei tassi, tante imprese hanno dovuto fare i conti con il calo del valore degli immobili e con l’aumento dei costi di costruzione e di ristrutturazione.
Anche le industrie continuano a avere difficoltà, soprattutto con la Guerra nel Mar Rosso che ha comportato un aumento dei costi e dei ritardi, spingendo alcune aziende a fermare alcune produzioni europee a causa della carenza di componenti. Crescita modesta anche nel settore delle vendite al dettaglio, soprattutto per la scarsa propensione alla spesa dei Millenials (persone tra i 30 e i 44 anni).
Insomma, se l’inflazione è calata (+2,4% a aprile di quest’anno contro il 7,0% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno), tante attività continuano a essere preoccupate per il futuro.
L’impatto sui singoli paesi
Ma le politiche europee si riflettono sugli stati nazionali e, anche se gli effetti sono stati diversi, l’aumento del costo del denaro non ha aiutato.
Ad esempio la Germania continua ad essere il paese più in difficoltà e, nonostante le previsioni economiche per il 2024 mostrino una crescita minima del Pil (0,1%), i rischi dovuti dalla sua dipendenza dalle esportazioni e dalla rigidità del mercato del lavoro potrebbero peggiorare la situazione.
In particolare il settore industriale potrebbe registrare nuove recessioni anche a causa della difficoltà a trovare manodopera qualificata.
Con la recessione dello scorso e la crescita di poco più dello zero percento tante società potrebbero lasciare la Germania per altri paesi.
In Francia, nonostante la fiducia rimanga alta, le vendite al dettaglio hanno continuato a diminuire. Spagna (prima in Europa per crescita del Pil su base annua) e Italia, invece, grazie all’effetto rimbalzo post-covid mostrano prospettive economiche più brillanti, con livelli di difficoltà in calo e proiezioni di crescita per il 2024 più ottimistiche rispetto a altri paesi europei.
Dal canto suo Christine Lagarde, presidente della Bce, ha sempre difeso la scelta di aumentare il costo del denaro anche se al termine dell’ultima conferenza a Francoforte si è detta possibilista sull’abbassamento dei tassi.
Redazione Cuoreeconomico
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