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Camera di Commercio italiana in Spagna: "Qui c'è meno burocrazia, lavoriamo sul brand Italia”

Marco Pizzi, presidente dell'ente camerale italiano a Madrid: "Obiettivo spingere il made in Italy: non solo export ma anche, attrazione di investimenti in osmosi tra i due paesi”

L’Italia e la Spagna, paesi affini culturalmente ma anche a livello economico. Il flusso e l’interscambio commerciale è costante e sempre più imprese italiane si affacciano sul versante spagnolo. Terzo partner commerciale della Spagna (7.81%) dopo Francia e Germania, l’Italia ne è anche il quarto fornitore (6.50%).

Nel 2019 il dato economico ha visto movimenti di import-export più o meno similari, che si attestano attorno ai 24 milioni di euro per un ampio raggio di settori che sono riassunti qui sotto.

Di tutto questo e degli intrecci fra le imprese italiane e quelle spagnole CUOREEECONOMICO ha parlato con Marco Pizzi, presidente della Camera di Commercio Italiana in Spagna.  

Presidente, qual è il ruolo della Camera di Commercio italiana all’estero e come si relaziona con le istituzioni dei due Paesi?

Il nostro principale focus è lavorare sul brand Italia, su tutto quello che riguarda il made in Italy, il servizio prodotto in Italia ed in generale il valore aggiunto che il prodotto italiano: non solo export ma anche, attrazione di investimenti, presenza sul mercato, sviluppo del brand, eventi per lanciare nuovi prodotti e altro.

Noi siamo un ponte fra gli interessi economici dei due paesi, quindi per esempio collaboriamo anche con imprese spagnole che vogliono investire in Italia e sono molte, che hanno investito anche pesantemente.

Abbiamo un ottimo rapporto con l’ente camerale italiano, anche se noi siamo associazioni private con riconoscimento pubblico: per molto tempo si è descritto il rapporto fra la Camera di commercio italiana e noi rispettivamente come il casello di entrata e di uscita.

Oggi direi, soprattutto per l’accelerazione che dobbiamo dare dopo il Covid, che siamo più la pista di decollo e quella di atterraggio. Non solo: abbiamo oltre 300 soci, ma non facciamo campagne per aumentare il numero dei soci, vogliamo soci che siano soddisfatti dei nostri servizi e ne traggano beneficio.

E’inutile aumentare i soci se poi si dice che la camera non fa niente, siamo invece felici quando arrivano da soli e li aiutiamo.

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Direi si si, soprattutto in termini di burocrazia. Gli spagnoli si lamentano che ne hanno troppa, ma se penso a quella che abbiamo noi mi viene da ridere. C’è da dire che quando gli spagnoli vanno all’estero vanno quasi sempre in modo più strutturato, non solo per vendere.

L’errore di pensare che l’export sia solo vendere all’estero è tipico di noi italiani: esportare significa sviluppare una serie di servizi pre e post vendita, sviluppare tutta una serie di canali e relazioni con le istituzioni locali, con le rappresentanze di categoria locali e quant’altro.

Se si viene in Spagna solo per vendere, quasi sempre hanno problemi, mentre quelli che si strutturano per avere una presenza in Spagna anche piccola, per stare sul mercato, magari sviluppando un piano pluriennale, raramente falliscono

(Marco Pizzi, presidente della Camera di Commercio Italiana in Spagna)

Parlava di lavoro intenso sul brand italiano. Può fare un esempio?

Le aziende italiane che aprono qui non sono quasi mai aziende che hanno delocalizzato, ma che mantengono l’impronta e le strutture in Italia, con uno sbocco in Spagna.

Allo stesso tempo, moltissimi brand italiani sono oggi di proprietà spagnola e molte aziende anche italiane hanno ormai manager o dipendenti spagnoli e viceversa. Il lavoro che facciamo è quindi di tenere alta la reputazione del brand italiano e della sua specificità.

Prendo in prestito una frase che mi fu rivolta da Matteo Colaninno durante un evento: “Quando io faccio un evento in Spagna, io non ho indicatori se vendo più Vespe, ma fatte le cose male, di sicuro so che ne vendo meno”.

Oggi in Spagna ci sono interi quartieri dove si sente parlare italiano e dove è più facile che trovi prodotti italiani che spagnoli, inoltre la Spagna è il paese dove c’è il maggior afflusso di giovani italiani, anche per l’Erasmus ed una forte immigrazione italiana di qualità, con grande presenza anche di laureati.

Si è creata una tale osmosi sociale che per esempio, ormai ha normalizzato anche i prodotti italiani: oggi li si trovano negli scaffali dei supermercati senza differenza di prezzo rispetto agli spagnoli ed accanto ad essi.

Ecco, noi dobbiamo difendere il made in Italy mettendolo in risalto, educare il consumatore alla differenza.

Alcuni grandi marchi italiani di olio o di pasta, per esempio, sono oggi di proprietà spagnola e viceversa: il mondo è cambiato sotto i nostri occhi, ma la politica non se n’è accorta.

Di Emanuele Lombardini
(Riproduzione riservata)

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