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15/06/2023

Istat: "Calo demografico amplierà il divario del Pil". Cisl: "Investire su competenze"

Secondo l'istituto di statistica, entro il 2030, Molise, Sardegna, Calabria, Basilicata e Sicilia perderanno oltre il 10 percento della loro popolazione in età lavorativa. Il sindacato: "Vera emergenza è la formazione, necessario accelerare"

Nel 2030, Molise, Sardegna, Calabria, Basilicata e Sicilia perderanno oltre il 10% della loro popolazione in età lavorativa, secondo le previsioni dell'Istat.

"In assenza di interventi sull'occupazione e sulla produttività, la forbice con l'Ue, nel 2030, è destinata ad allargarsi pressoché ovunque in Italia e in particolare nelle regioni del Mezzogiorno", è la previsione dell'istituto, per effetto delle tendenze demografiche.

Il ridimensionamento della popolazione attiva e il suo invecchiamento, per l'Istat, "potrebbe condurre a una crescita sistematica dei differenziali di reddito".

In particolare l'Abruzzo potrebbe finire nel 2030 tra le regioni europee meno sviluppate, quelle con un Pil pro capite inferiore al 75% della media Ue.

Liguria, Toscana e Piemonte finirebbero tra le regioni in transizione (che sono quelle con un Pil pro capite compreso fra il 75% e il 100% di quello europeo) e anche il Lazio sarebbe a rischio declassamento in questa categoria.

Questa tendenza, secondo la simulazione si potrebbe contrastare puntando sull'occupazione, e in particolare quella femminile.

Se al trend demografico previsto si accompagnasse anche un incremento dell'occupazione tale da portare le nostre regioni al tasso europeo, il livello di Pil pro capite si innalzerebbe pressoché in tutte le regioni, al punto che nel 2030, nessuna regione rientrerebbe più tra le "meno sviluppate" e si amplierebbe, la platea di quelle "in transizione", segno di ripresa del processo di convergenza.

"L'aumento della base occupazionale e per esempio la base occupazionale femminile, che è particolarmente carente nel Mezzogiorno, potrebbe essere il driver su cui orientare tutte le risorse disponibili", osserva il direttore centrale per le statistiche Ambientali e Territoriali, Sandro Cruciani.

La Cisl: popolazione meno istruita rischia precarietà

"Istat nel presentare i dati sull’occupazione del I trimestre 2023, dà conto di una ripresa post covid che ha prodotto nell’ultimo anno oltre mezzo milione di posti di lavoro, tutti a tempo indeterminato, con una ripresa anche del lavoro autonomo, mentre il lavoro a termine è diminuito.

L’istituto sottolinea che la crescita non è stata di pari intensità per tutti, comportando in alcuni casi una diminuzione e in altri un aumento dei tradizionali divari.

Mentre si sono ridotti i divari generazionali e quelli territoriali, sono aumentati quelli di genere e per titolo di studio: l’occupazione femminile è cresciuta, ma meno di quella maschile, ed è aumentata  la penalizzazione di chi ha bassi titoli di studio.

La lettura del mercato del lavoro italiano che offrirebbe ai giovani solo contratti precari è pertanto divenuta insufficiente e soprattutto non corrispondente ad una realtà più complessa”.

È quanto sottolinea la Cisl in una nota commentando i dati dell’Istat.

Giovani destinati alla precarietà

Quando si parla di giovani penalizzati si parla soprattutto di quelli con basso titolo di studio: sono questi ad essere destinati alla precarietà se non si accelera, da una parte, sul Programma Gol e sul potenziamento dei centri per l’impiego (Missione 5 del Pnrr), dall’altra sulle azioni dirette a colmare i divari italiani nel campo dell’istruzione (Missione 4 del Pnrr).

Oggi la vera emergenza è divenuta la carenza di competenze, che non solo rischia di diventare un freno alla crescita imprimendo una inversione di tendenza rispetto a quest’ultimo biennio in cui sono stati creati quasi un milione di posti di lavoro, ma, se non affrontata per tempo, rischia di creare un bacino sempre più largo di lavoratori con competenze basse e obsolete che li relegheranno alla disoccupazione o a lavori sottopagati o in nero, peraltro con pesanti ricadute in termini di sostenibilità dei sistemi socio – assistenziali e di lotta alla povertà.

Agire sulla formazione di competenze rappresenta anche una forte spinta al lavoro femminile che è spesso relegato in settori e mansioni a bassa qualità e comunque resta fuori dagli ambiti Stem”.

Redazione Cuoreeconomico
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