Marche prime in Italia per calo di imprese femminili

(Daniela Fumarola, segretario generale aggiunto della Cisl)
Il dato di Cna e Confartigianato sottolinea come su base quinquennale, la regione sia fra le poche a far segnare un pesante segno negativo (quasi 9 percento in meno), ma anche su base nazionale il dato è negativo. E dire che in alcune altre zone d'Italia le imprese artigiane rosa crescono. In generale però il dato dell'occupazione è ancora molto basso: lavora una donna su due e guadagna quasi 8000 euro in meno l'anno. Oltre la metà delle donne lascia il lavoro dopo il primo figlio. Crescono invece le società di capitali al femminile. Fumarola (Cisl): "Part time, congedi parentali e poche donne in ruoli apicali: governo metta questo tema al centro dell'agenda politica"
Le Marche sono la regione che più di ogni altra perde imprese femminili. Lo dice l’indagine di Cna Impresa Donna e Donna Impresa Confartigianato secondo la quale nel corso del 2023 le imprese “femminili” delle Marche sono calate di 1.184 unità, ma nel confronto col complesso delle imprese attive hanno mostrato una maggiore tenuta (-3,6 percento contro -4,1). Le aziende totali sono passate da 33.141 del 2022 a 31.957 dello scorso anno.
Un dato che fa il paio con quello su base quinquennale, dove appunto le Marche hanno la triste maglia nera. Fra il 2018 ed il 2023: nel complesso del Paese la componente femminile “tiene” (tra 2018 e 2023 perde solo lo 0,5 percento in Italia, nelle Marche -8,9) e in alcune regioni, (Trentino Alto Adige, Sicilia, Campania, Lombardia, Sardegna, Valle d’Aosta e Puglia) aumenta di numero.
Anche nel corso del 2023 le Marche sono la regione che più di ogni altra ha perso imprese femminili (-3,6 percento; Italia: -0,7).
I settori con il calo maggiore sono l’agricoltura (con quasi millecinquecento imprese in meno tra 2018 e 2023, 470 in meno nel solo 2023), seguita dal commercio (-1280 tra 2018 e 2023; -416 nel 2023) e dalle attività manifatturiere (-580 e -178).
Le imprese femminili marchigiane crescono invece di numero in non poche attività di servizio, non escluse quelle ad “alto contenuto di conoscenza” come le attività immobiliari (+199 unità tra 2018 e 2023), quelle professionali, scientifiche e tecniche (+159) e di noleggio - agenzie.viaggio - servizi di supporto alle imprese (+97 unità).
Subito interventi per fare crescere il settore
“Servono interventi delle istituzioni per far crescere ancora la presenza delle donne che fanno impresa e che” affermano Donna Impresa Confartigianato e Cna Impresa Donna Marche con le presidenti Katia Sdrubolini e Daniela Zepponi “hanno dimostrato di essere più innovative, più attente ai valori della sostenibilità ambientale e della transizione digitale.
E’ crescente l’impegno delle donne nei settori a maggior contenuto di conoscenza ma non basta. Quello che chiediamo è di migliorare la formazione alle nuove tecnologie, un accesso più facile alle risorse finanziarie e una semplificazione delle procedure amministrative.
Ed ancora servizi pubblici fondamentali per conciliare il lavoro con la cura della famiglia. E’ indispensabile sostenere l’imprenditorialità femminile e promuovendo un’efficace rete di servizi per favorire la conciliazione lavoro-famiglia e il welfare territoriale”.
Un tema, quello dell'occupazione femminile, che sarà fra quelli sviscerati nel nostro GLOCAL ECONOMIC FOCUS del 25 Marzo dedicato proprio alle Marche.
Un quadro complesso come nel resto del Paese
Non è che in generale le cose vadano molto meglio. Il dato del centro Italia è molto basso per quanto concerne le imprese femminili e proprio di recente, l’incontro a Terni ha mostrato le difficoltà dell’Umbria.
Il dato complessivo nazionale, elaborato dall’istituto Tagliacarne per Unioncamere dice che nel 2023 sono diminuite di 11.000 unità e rappresentano il 22,2 percento del totale del tessuto produttivo nazionale a quota 1.325.000.
Il 2023 segna una battuta d'arresto nel trend di crescita, ma "non interrompe 'l'invasione' dell'universo femminile in settori tradizionalmente 'maschili' - viene rilevato nel rapporto - soprattutto in quelli a maggior contenuto di conoscenza.
E pur restando contraddistinto dalla piccola dimensione, dalla minor produttività e da una maggior fragilità che si riflette nella minore 'speranza di vita', il mondo dell'impresa al femminile fa passi avanti sul fronte del rafforzamento della struttura imprenditoriale".
Cresce infatti la propensione delle imprenditrici a far ricorso a modelli aziendali più strutturati (le società di capitale femminili sono aumentate dell'1,7 percento nel 2023, arrivando a rappresentare il 26 percento del totale delle aziende guidate da donne).
Confcommercio: Italia fanalino di coda Ue per partecipazione delle donne al lavoro.
L’Italia continua a restare ultima nelle Ue per partecipazione femminile al lavoro (appena una donna su due lavora) ma con un tasso di partecipazione pari a quello europeo in Italia avremmo 2,3 milioni di occupate in più, quindi un aumento del Pil, ma anche un aumento demografico.
Paesi come Danimarca, Svezia e Islanda hanno un indice di fertilità medio dell'1,7 percento rispetto all'1,2 dell'Italia e hanno un tasso di partecipazione femminile al lavoro compreso fra il 70 e il 77 percento. Lo sottolinea il centro studi di Confcommercio.
La parità di genere è un obiettivo che deve essere raggiunto nell'interesse di tutti e da tutti insieme è giusto perseguirlo. - afferma Anna Lapini, presidente nazionale del gruppo Terziario donna Confcommercio - Il ruolo delle imprese femminili e delle imprese del terziario è quello di contribuire alla crescita dell'occupazione femminile, e quindi allo sviluppo economico e sociale del nostro Paese, ma anche di incentivare l'autonomiaeconomica delle donne, che non mi stancherò mai di ripeterlo è il primo argine contro la violenza di genere”.
Gender pay gap e lavori a basso stipendio
Non c’è solo questo. Secondo il paper Global Gender Gap Report 2023 del World Economic Forum la busta paga arriva lo stesso giorno degli uomini, ma lo stipendio delle donne è diverso, mediamente più basso. Il gender pay gap ha raggiunto i 7.922 euro nel nostro Paese.
La parità in busta paga tra uomini e donne viene stimata per il 2154, tra 130 anni, dovranno passare ancora cinque generazioni. Il tasso di occupazione delle donne di età compresa tra i 20 e i 64 anni è pari al 55 per cento, mentre quello medio Ue si attesta al 69,3 per cento, annota uno studio realizzato dalla Camera dei deputati a fine 2023.
E tante donne sono costrette a lasciare il lavoro dopo il primo figlio, per oltre la metà di quelle che lavorano (52 percento). A causa del calo delle nascite (dunque dei potenziali utenti dei servizi), annota lo studio della Camera, "si riduce gradualmente il gap fra bambini e posti nei nidi", e la frequenza si avvicina al target europeo fissato per il 2010 (33 percento) ma "resta ampia la distanza rispetto al target per il 2030 (45)".
E' in ripresa dopo la pandemia di Covid l'offerta dei nidi (+1.780 posti), ma le richieste di iscrizione sono in gran parte insoddisfatte, soprattutto al Mezzogiorno (66,4 percento nel pubblico, 48,7 nel privato).
Nell'accessibilità al servizio vengono penalizzate soprattutto le famiglie più povere, sia per i costi delle rette, sia per la carenza di nidi in diverse aree del Paese.
Dal punto di vista delle caratteristiche del lavoro svolto, la bassa partecipazione al lavoro delle donne è determinata da diversi fattori, come l'occupazione ridotta, in larga parte precaria, in settori a bassa remuneratività o poco strategici e una netta prevalenza del part time, che riguarda poco meno del 49 per cento delle donne occupate (contro il 26,2 per cento degli uomini).
In Italia persistono retaggi maschilisti. Il divario di genere, annota una analisi di Marta De Philippis, economista di Banca d'Italia, si misura anche tra il tempo dedicato al lavoro domestico e di cura: per le donne sono quasi 5 ore al giorno, per gli uomini 2 ore.
Fumarola: sia al centro di agenda politica
Proprio sul dato dell'occupazione femminile italiana interviene anche Daniela Fumarola, segretario generale aggiunto della Cisl la quale punta l'indice su una serie di fattori che penalizzano anche le donne che lavorano: "Ampia diffusione del part-time, segregazione occupazionale nei comparti con retribuzioni più basse, scarsa presenza nelle posizione di vertice, ma anche richieste di congedo parentale da parte delle donne che coprono oltre l'80 percento del totale, tutti aspetti che generano un gap retributivo ed un conseguente, grave, gap pensionistico”.
“Inoltre - aggiunge Fumarola - una parte di tale gap non e' spiegato da differenti condizioni individuali e lavorative, come osserva lo studio Inps, bensì da fattori meno osservabili ma che le donne che lavorano conoscono benissimo, in quanto sono loro stesse spesso ad essere costrette a dare minore disponibilità ad accettare straordinari, incarichi extra, trasferte, dimissioni al momento della gravidanza, restando conseguentemente indietro nei percorsi di carriera e rimanendo fuori dalla retribuzione variabile e dai premi di produttività.
Si tratta di discriminazioni che avvengono, paradossalmente, in piena legittimità, di una auto-discriminazione, ancora più grave.
Sono dati che confermano che quello dell’occupazione femminile non è uno dei problemi del mercato del lavoro italiano, ma è il problema, come la Cisl continua a segnalare da anni, chiedendo che venga messo al centro dell’agenda politica".
Secondo Fumarola “Due sono le strade da seguire: da una parte potenziamento dei servizi all’infanzia e agli anziani, dall’altra promuovere con incentivi la contrattazione di secondo livello per sostenere le aziende che introducano con accordi sindacali e la partecipazione per una diversa organizzazione del lavoro, misure di flessibilità che favoriscano conciliazione vita-lavoro e condivisione del lavoro di cura, a partire da lavoro agile e flessibilità orarie, condizionando però gli incentivi all’utilizzo equilibrato tra i generi delle misure introdotte”.
Di Emanuele Lombardini
(Riproduzione riservata)
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