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20/11/2020

Papalini (Papalini Spa): ’Dobbiamo far leva sul prodotto di qualità e sul made in Italy. Al Governo chiediamo più velocità di azione’

(Mauro Papalini, fondatore Papalini Spa)

Non dobbiamo far morire l’economia. Gli aiuti e le sovvenzioni concesse non portano investimenti, ma solo debiti da ripagare. Servivano piuttosto finanziamenti per uno sviluppo che potesse far muovere l’economia e generare occupazione. Siamo carenti nelle infrastrutture, non mi riferisco solo a strade e ferrovie ma anche infrastrutture digitali come la fibra ottica

Non solo assistenza, ma investimenti per creare nuovo sviluppo. Con il made in Italy al centro della grande distribuzione. E’ questa la vision di Mauro Papalini, fondatore dell’omonima azienda Papalini Spa che da 30 anni opera nel settore del Cleaning e servizi integrati con una presenza capillare su tutto il territorio nazionale. Un’attività cresciuta negli anni e che ha raggiunto un fatturato di oltre 50 milioni di euro e che ora sta guardando alla pandemia comunque con fiducia. Mauro Papalini ricopre anche l’incarico di Presidente di Confindustria territoriale Marche Nord e analizza il momento intervistato da ‘CUOREECONOMICO’.

Papalini siamo dentro la seconda ondata della pandemia: come la sta affrontando?

«Con molta attenzione sulla sicurezza e sui protocolli per rendere l’ambiente di lavoro un luogo sicuro. Quello che non va è che molte imprese hanno investito in cambi turni e protezioni ma anche su macchinari sanificanti.

Come Confindustria abbiamo stretto accordi per test rapidi, tamponi con risposte nelle 24 ore oltre a test sierologici per monitorare personale. Questi dovevano essere finanziati con il credito di imposta al 60%, ma nella realtà non è così. I fondi sono finiti e da un 60% si passati a 5/10 %. Un danno per l’imprenditore».

Nel settore del cleaning cosa sta cambiando?

«E’ un anno in cui non possiamo parlare di sviluppo, ma siamo stati pronti a intercettare le esigenze del mercato. C’è un’attenzione particolare alla sanificazione nel privato e il nostro comparto ne ha beneficiato, ma ci sono settori come l’hospitality, teatri e in alcuni casi centri commerciali in cui si è rallentato. Dove potrebbe esserci sviluppo assistiamo a un rallentamento, soprattutto nel pubblico come nelle scuole o in altri ambienti».

Un tema che ci sta particolarmente a cuore è l’internazionalizzazione. Il prossimo GLOCAL ECONOMIC FORUM ESG89 del 13 novembre tratterà proprio questo tema perché lo riteniamo sempre più strategico per le imprese vincenti. Quanto conta oggi?  

«Guardare oltreconfine è la base per un imprenditore. Abbiamo avuto un periodo frizzante dopo il lockdown con aumenti di ordini e produzione. Ma purtroppo non è stato l’inizio di un trend crescente. Ora ci sono paesi frizzanti e altri fermi.

Nel settore del mobile il primo paese per export è la Francia per la provincia di Pesaro mentre la Germania per la meccanica e automotive. Oggi ci sono meno fiere e si fa fatica a inserire nei mercati prodotti innovativi, le eccellenze e qualità».

Il digitale e l’on-line stanno aiutando gli imprenditori ad ammortizzare la crisi?

«La pandemia ci ha portato a fare passi avanti sull’on-line, ma come provincia non siamo abbastanza strutturati per una velocità di comunicazione adeguata. Ci sono ancora infrastrutture carenti. Molte aziende lavorano nel digitale ma per molti è un mercato nuovo in cui occorre posizionarsi e aprire contatti coi dealers.

Dobbiamo far leva sul prodotto di qualità e sul made in Italy: in questo senso le nostre eccellenze devono entrare nella grande distribuzione. Serve un incentivo a vendere italiano e di qualità più che il più conveniente che viene dall’estero. Questo può essere una spinta alla ripartenza dei consumi, delle produzioni e dell’occupazione».

I continui Dpcm e le chiusure cosa stanno lasciando nel terreno economico?

«Un contraccolpo importante soprattutto per le pmi. Avrei preferito da parte del governo la scelta di far sedere a un tavolo comune economisti, Confindustria, commercianti, insieme alla parte sanitaria. Non dobbiamo far morire l’economia. Gli aiuti e le sovvenzioni concesse non portano investimenti, ma solo debiti da ripagare. Servivano piuttosto finanziamenti per uno sviluppo che potesse far muovere l’economia e generare occupazione.

Siamo carenti nelle infrastrutture, non mi riferisco solo a strade e ferrovie ma anche infrastrutture digitali come la fibra ottica. Investendo in questi strategici settori si sarebbe potuto creare sviluppo e gli imprenditori invece di avvilirsi sarebbero stati incentivati a investire.

Il Governo deve avere una vision più ampia e investire anche nelle associazioni di categoria che possono mettere in rete le imprese e far ripartire l’economia. Infine università e mondo imprenditoriale devono dialogare per promuovere ricerca e formazione».

Ultimo dato, in tempi di crisi serve velocità dal Governo, la riscontrate?

«La burocrazia sta rallentando tante opportunità di lavoro. Già prima il sistema era lento, ora con le pubbliche amministrazioni che lavorano in smart working i tempi sono dilatati, ma nell’emergenza servono invece risposte immediate».

Di Luigi Benelli

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